Simulazione

 

Apparso su TerraNullius, luglio 2024 

 

 

 

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Illustrazione: Cecilia Paladino

«E adesso cosa fa, ci segue?» Fu Franco a lasciarsi scappare questa domanda, una volta giunto vicino alla finestra. A stento Teresa soffocò una risata; si voltò dall’altra parte e, per non far dispetto agli ospiti, si coprì la bocca con le mani. Mario disse: «Visto?» e, con qualche difficoltà, richiuse l’anta della finestra. Con Franco riattraversarono la sala da pranzo e tornarono a tavola. Teresa aveva ancora le guance chiazzate per l’imbarazzo, Carmela pareva estraniata, si scambiò giusto uno sguardo con Mario mentre questi riprendeva il suo posto, uno sguardo complice certo, ma vuoto: chi meglio di loro conosceva la situazione? condividevano l’appartamento da quasi due anni. Gianni tamburellava con le dita sul tavolo, fissando di sbieco la parete che gli stava di fronte.

«Scusate ancora un attimo ragazzi» disse Mario, da seduto. Levò un braccio sul tavolo, scrutò gli invitati uno ad uno, dando a intendere che voleva la loro attenzione. Quindi, con la mano che teneva alzata Mario iniziò a contare. Al “tre” – che corrispose a un sollevamento lento e controllato del dito medio –, si udì un botto sul pavimento: ma non era caduto nulla, né dal tavolo né dalle altre parti della sala da pranzo, per cui gli amici si guardarono sbigottiti.

«Ma…» esitò Teresa, mentre indicava a terra con il pollice verso, «quel rumore veniva da sotto?»

«Sempre da sotto» annuì Carmela, e non disse altro.

Mario si strinse nelle spalle, e accennò vagamente al fondo della sala da pranzo: la causa di quel rumore, o meglio: di quel botto, doveva essere stato il cigolio prodotto dalla finestra. “Guardate qui sotto” fu l’invito di Mario, che accennava col mento tra le gambe del tavolo; Gianni obbedì controvoglia, perché la faccenda iniziava a irritarlo: senza un apparente motivo, Mario si stava togliendo le scarpe, scalzandole coi piedi. Si alzò e cominciò a camminare per la sala. Bilanciandosi con le braccia, pareva essersi calato in un mondo fatto di funi ben tese, dove sia buona norma muoversi sulle punte, con estrema prudenza: erano passi leggerissimi i suoi, da funambolo. Al contrario, i colpi che provennero dal pavimento furono duri e decisi e avrebbero accompagnato, man mano, tutto il suo impercettibile avanzamento lungo la sala.

Teresa rise, con uno squittio scattoso e isterico. Mario, l’equilibrista, si fermò poco oltre, verso il fondo della sala, con le braccia aperte. Voltò la testa per sincerarsi che, dal tavolo, gli altri lo stessero osservando. Per primo vide Franco che scuoteva la testa. Poi fu la volta di Carmela: stava gesticolando con Gianni, i cui occhi sgranati parlavano chiaro. Allora Mario indicò la libreria, che cingeva su due lati il tavolo da pranzo. Erano finiti i colpi dal pavimento. Dopo aver indicato il mobile, Mario allungò un braccio e aprì uno sportello. Lo tenne così per qualche secondo, come se volesse far prendere aria ai libri, poi lo richiuse, con un gesto ordinario e domestico. La variante fu che, nel ritirare il braccio, anziché distenderlo e adagiarlo lungo il corpo lo tenne sospeso, quindi lo abbatté in verticale, una sorta di giudice sportivo che, da un momento all’altro, abbia sancito l’inizio… ma di cosa? Seguì un boato, con tempismo perfetto, di una violenza tale da far vibrare i vetri degli sportelli della libreria. Lo stesso Mario fu colpito, non si aspettava tanto. Senza dubbio, un qualche grosso scaffale era stato scaraventato, al piano di sotto.

«Se scendo…» ringhiò Gianni, stringendo le labbra e allontanandosi la libreria dalla vista. Ora il pavimento, da quel viluppo di funi tese e sospese a strapiombo, dava l’impressione di essersi trasformato in una pelle di tamburo, capace di restituire i suoni più disparati, soprattutto insulti e grida.

«Ma… è pazzo?» proruppe Teresa spontaneamente, me se ne pentì subito: non era certo, ma qualcosa dei commenti sbraitati dal piano di sotto poteva avere a che fare proprio con quell’esternazione imprudente. Carmela la guardò con aria compassionevole: «Non sale,» la rassicurò, «se è questo che pensi».

«E tu digli di salire!» urlò Gianni con rabbia. Ma poi abbassò la testa tra le gambe del tavolo e guardò con terrore, balzò in piedi e si allontanò dal tavolo: «Ma che cazzo…?» Fece cadere la sedia che carambolò a terra. Franco lo guardò preoccupato. «Sta battendo qui sotto!» protestò Gianni, per giustificarsi. Teresa svicolò e finì per rifugiarsi dietro la porta aperta della sala. Franco non si mosse, solo lui e Carmela erano rimasti a tavola.

“Ehi” fece loro Mario spalancando le braccia, era ancora in prossimità della libreria e dovette impegnarsi non poco per riuscire a farsi notare: “Ehi, dico a voi, recuperate la calma e state a guardare”. Espirando rumorosamente dal naso, incoraggiò gli amici ad abbassare i toni Gianni teneva in pugno la sedia, colpevole di essere caduta in quel modo rocambolesco e aver aggravato la situazione. Mario propose loro qualcosa: fece notare come, roteando il polso e facendogli acquistare una certa velocità, con vigore, quasi spontaneamente il movimento si estendeva anche al gomito, da dove a sua volta, coinvolgeva la spalla e di lì tutto il corpo, in uno slancio elastico che, a partire dal piegamento delle gambe, finiva per trasmettere la maggior forza possibile al suo terminale, il pugno: Mario stava caricando un pugno d’effetto, enfatico, che per sua natura richiedeva un pubblico e un’attesa in crescendo. Non a caso Teresa fece capolino dalla porta della sala. Gianni si sentì fomentato nel vedere quel gesto, aveva gli occhi incendiati. Carmela era zitta, immobile. «No!» girdò Franco…

Mario agì come se volesse schiacciare un corpo estraneo che si fosse messo a spuntare qui e là sulla superficie del pavimento; una testa malefica, certamente, una pustola che avrebbe portato in casa solo discordia e insidie. Ma quel pugno scagliato con tutto se stesso contro il pavimento si fermò a un niente dal colpire le piastrelle: era una finta, ancora un atto simulato, ma così violento e credibile da provocare un’ondata d’aria.

«…iih!» Ecco cosa si udì di rimando: una specie di fischio sottilissimo, tagliente, come un richiamo animale.

Mario passò in rassegna le facce dei suoi amici, verificò le reazioni spaesate. E si inginocchiò sul pavimento. Non lontano da lui c’era Gianni che, non sapendo che fare, non aveva mollato la sedia. Forse, se prima di sferrare un altro pugno Mario gli restituì un’occhiata, fu solo per comunicargli che un modo c’era, ma andava trovato col tempo e aveva ben poco a che fare con una reazione d’istinto, con un’azione concreta. Semplicemente, gli stava mostrando la via.

E infatti il secondo grido fu peggiore del primo, doveva provenire dal cuore o dal diaframmoa disperato dell’inquilino del piano di sotto. Mario colpì ancora e ancora, con foga, un gesto che si faceva via via più scomposto, la sola cosa certa è che all’ultimo momento, non colpiva il pavimento. Ormai roteava il braccio in un mulinello. Se c’era un uomo lì sotto, quell’uomo stava soffrendo di brutto.

«Basta!» Teresa scoppiò a piangere. «Fallo smettere, ti prego! Sei pazzo, pazzo!».

Franco si era alzato, ed era tornato vicino alla finestra. Gianni stringeva ancora la sedia tra le mani, ma aveva reclinato la testa. Carmela teneva gli occhi puntati su Teresa, che stava singhiozzando.
Quel grido non accennava a smettere.