Bullo-fusoliera

 

 Apparso su TerraNullius, aprile 2024

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Illustrazione: Riccardo Frezza

E poi, finita la guerra, rimaniamo noi, col dovere di fare i conti con ciò che resta della guerra. Le parole iniziano a farsi più chiare, la loro nettezza abbaglia, sconcerta, si legge. Gli ideali decadono – precipitati chimici – vogliono azione. L’ignavia si smaschera per ciò che non era – mancanza di voglia, pura speculazione.

Eravamo in due, io e questo mio amico di nome Franco; sul terrazzo, a scrutare il cielo delle tre del pomeriggio. Trasognati, arresi alle sdraio, affrontavamo dure questioni di concetto: perché ad esempio starcene all’aperto, quando rincasare sarebbe stato più saggio?

Tra i motivi, certamente, c’era il fatto che fumavamo. La qual cosa portava con sé un’altra ragione, non meno rinunciabile della prima e che, nel concreto, ci vedeva focalizzati sul solo elemento dinamico e perciò in controtendenza rispetto alla città che si incendiava: il lieve e plumbeo propagarsi delle scie degli aerei. Per questo indugiavamo.

Le scie. Cercarne non richiedeva certo granché sforzo – del resto, era termine quantomai orribile e fuori luogo, quest’ultimo… Inermi, dunque, calcinati dall’afa, col solo sfogo del fido telefono schierato di fianco, noi due percorrevamo perverse elucubrazioni: fin dove è possibile – ci chiedevamo –, fino a che punto è lecito rinvenire un nesso tra quelle e questo? Ne è passato di tempo, eppure una cosa la ricordo per certo: se “quelle” si riferiva alle scie degli aerei, “questo”, in termini di intrattenimento, era una novità di assoluto rilievo.

“Ehi, eh?”

Ecco a voi il nostro “misterioso” – o, per meglio dire, la nostra “misteriosa” –, una domanda dritta, da confidente, e purtuttavia venata di allusioni, un invito perché l’utente condividesse i propri contenuti sulla piattaforma sociale di riferimento. Insomma: “Ehi, eh?” con un occhiolino neppure troppo implicito, stava a stimolare il bisogno di sbottonarsi e offrire alla comunità virtuale un saggio delle proprie esperienze.

«Manici di scopa, triplice bastone cotonato» osservai in tono professionale, «formano un angolo di quarantacinque gradi rispetto al suolo… Dove sono?» e intanto tendevo un indice all’insù, in attesa che Franco, sollecito come suo solito, ne rintracciasse l’omologo. (Il nostro giochino pomeridiano? Confrontare scrupolosamente i contributi caricati sulla rete con una specifica regione del cielo…).

«Ibiza by night!» proclamò lesto il mio amico, senza staccare gli occhi dal telefono, «Ciaone!» esclamazione che di fatto chiudeva la sfida. Quindi, dopo aver dato prova di intuito e prontezza, di regola sollevava il mento e procedeva a una più attenta verifica del cielo. E, proprio come adesso, si permetteva perfino il lusso di levare un’obiezione polemica.

«Lo zeppo centrale, però, uno di quei manici di scopa, lo vedi?» insinuò.

«Ebbene?» Lo incalzai, perché dentro sentivo crescere l’irritazione.

«…ebbene» ripeté distrattamente, «cosa vuoi che ti dica, mica ne avrai trascurato l’inclinazione? Guarda come si comporta: declina più dolcemente quello al centro, rispetto agli altri due che sono suoi pari…»

«Sono quasi gemelli» protestai stizzito.

«Quasi» assentì lui. «Non era facile, per niente.» E mi indirizzò un’occhiata risaputa.

Chissà che sagoma disarmonica stavo disegnando nel tessuto della sdraio. Dovevo considerare lo yoga? o forse avrei dovuto spingermi fino alla ginnastica posturale… Il calore deformava i polimeri della sdraio; andare a prendere dell’acqua, molto probabilmente, avrebbe significato scendere a patti con lo schienale. E concedergli, se non proprio pelle, almeno qualche lembo della maglia sudata…

Franco tornò sul punto: «Lo stecco al centro, la scia che sta nel mezzo, voglio dire… senza insistere, ma a me fa pensare di più a questo». Non contento, inclinando lo schermo del telefono verso di me, intendeva mostrarmi un’analogia alternativa a quella appena tracciata – “Ibiza, ciaone”. Stavolta, la protagonista di un breve video era la prua lucida di una barca che inforcava gagliardamente il mare.

«Dammi retta: il beccheggiare della nave assomiglia moltissimo alla scia che se ne sta in mezzo, che è in piena oscillazione…» e intanto ondulava la mano su un orizzonte immaginario. Gesto che, peraltro, lo svelava per quel che era: un astuto provocatore.

«Certo!» mi scappò dalle labbra. «Se considi le altre due, che sono parallele… Sopra e sotto» precisai frettolosamente, «il nostro manico trova i suoi limiti, che sono le due scie quasi gemelle…»

«Il cielo e il mare» constatò lui, con la voce sempre più lontana. «Mentre al centro… al centro c’è lui, il nostro coso, la nostra barca che indefessa affronta l’ignoto…»

Di fronte a tanta eloquenza, non potei esimermi dal dire: «Il cielo e il mare, che banalità! Piuttosto, dovresti dire la profondità dei due…».

Dopo ogni confronto, per un po’ calava il silenzio. Assorti, aspiravamo delle lunghe boccate di fumo. Passata la guerra, ci sarebbe stato da cavarsela: chi di noi due, per esempio, ce l’avrebbe fatta? Io per me vedevo solo fuoco. Più metodico, forse anche meglio in arnese, Franco non si sarebbe lasciato cogliere impreparato: anziché alla prua in mare aperto, lui piuttosto assomigliava allo scandaglio. Tant’è che, forte delle sue immersioni, dava l’impressione di sapere come lasciarsi andare; e con che sicumera, per giunta, con quale sfrontatezza azzardava supposizioni! Sapeva il fatto suo, su questo non c’era dubbio; mentre tutto intorno prendeva fuoco, lui era brillante, acuto, dimostrando di avere intuito perfino nei territori dove il surrealismo e l’irrazionale la facevano da padroni; e se da par mio mi limitavo a congetture, era lui che stabiliva che genere di nesso intercorresse tra l’espressione “Ibiza, ciaone” e qualcosa che intanto si stava formando molto più in alto… In che modo erano legati i due fenomeni, per cui ciò che viene detto in rete, fatalmente, si rispecchiava lassù? L’elettromagnetismo, insomma, che protegge le nostre capacità di comunicazione, sarà mica influenzato dal didietro degli aerei – che impunemente scorreggiano nella troposfera? E infine, per arrivare alle persone, agli ufficiali di bordo, costoro che sì, in effetti, secondo questa ricostruzione, avrebbero il potere di cambiare la rotta dei nostri “stati sociali”, chi o cosa affida loro il compito di modellare, lì dove tutto è possibile e rarefatto, la rappresentazione chimica di una risposta all’ormai ben noto quesito: “Ehi, eh?”, che è così alla moda e invita l’utente a dire la sua sempre e comunque pur dissimulando un occhiolino?

Solo chiacchiere, sono solo illazioni.

La faccenda è lineare, e ve la spiego: dipende tutto dal fumare in agosto, per giunta all’aperto, col sole a picco sulla testa. Come potremmo incolpare il comandante di una tratta aerea per un fatto squisitamente nostro, se l’occhio errante è reo e briga e pianifica scrutando l’azzurro del cielo, mentre tutti gli altri – tutti i nostri contatti, perfino gli amici in rete! –, danno impegnare il pomeriggio in rientri logori da un qualche locale estivo, al ritmo delle bottiglie di gin che trotterellano sull’asfalto?

Mentre qui e là il mondo non mancava certo di mostrarsi nudo (provocando meraviglia, stupore, conseguente fame di rappresentazione, a ben vedere gli stessi effetti ascrivibili a un parco a tema) noialtri ci trastullavamo, come visto, col setacciare le tracce di quel mondo nudo a spasso nel cielo – realizzando, seriamente, un raddoppiamento di astrazione, un vuoto al quadrato. Sicuri del fatto che, stando nel mezzo, “sospesi” tra i due fenomeni, fossimo nella posizione ideale per cogliere una relazione. “Il determinismo dei motori a reazione”: ne parlavamo in questi termini col mio amico Franco, nella città di cristallo che inibiva la vita.

E sbarravamo il passo ai dubbi: «Mai visto prima un “Come sbarazzarsi della cellulite in tre mosse” così efficacemente rappresentato» fece Franco con spirito accademico, rompendo il silenzio. E allungò un dito.

«…levigatissimo» mi scappò detto tra i denti. «Problemi di erezione?» sogghignai birichino. «Pende a destra!»

C’eravamo. A giudicare dalla quantità delle scie, di lì a poco avrebbero squadrato lo sfondo turchese. E infatti: «Il solito!» esclamai, scimmiottando il linguaggio da bar, «Ecco che arriva…» (si nota tanto la familiarità, ditemi, traspare molto l’attaccamento?).

Imitando una radiocronaca, Franco a sua volta declamò, mentre guardava in alto: «Baluginio-accecante incrocia Ombra-di-sera. Aquilotto-borioso ne trancia la rotta, si interpone, è in mezzo…» al che seguirono attimi sospesi. «Attenzione. Attenzione: non può nulla, come non detto… Povero aquilotto, si trova almeno settemila chilometri sotto!».

Era il mio turno: «Bimba-carlinga e Bullo-fusoliera si corteggiano dai due lati della griglia. Si studiano, puntano il muso, è un duello!». Il tono cresceva in enfasi: «Che dico? è un flirt in piena regola, ma a novecento chilometri l’ora! Oh amici! Amici: qui ce n’è abbastanza per schizzi e scintille!».

Generalmente, Baluginio-accecante era il volo che apriva le danze: comparso lui, prendeva il via il disegno più complesso e suggestivo del pomeriggio. Come se un gessetto invisibile tracciasse il campo da gioco, o fosse una lametta da barba ad agire, suggerendo i possibili sguardi dietro. In ogni modo, siccome la qualità della luce cambiava ogni giorno, ci sentivamo legittimati a interpretare le notizie sui quotidiani ogni volta in modo diverso.

«…che luce» osservai affascinato, perché era quasi il tramonto.

Franco annuì: «Qui ci vuole qualcosa di splendente».

«Senti qua: “Affiliato di Al-Qaeda muore investito mentre salva un cucciolo di cinghiale: in aumento le vittime della strada”; e nell’occhiello: “Pacchi di cannucce di plastica, sul sedile dell’auto, farebbero pensare alla fabbricazione di un ordigno esplosivo”. Plastica!» sottolineò inorridito, «Riesci a crederci?»

«Gli ambientalisti insorgeranno!»

Franco spiegò le braccia: «Baluginio, oh bestione iridescente! Onorati, esulta: il paragone è ardito, il respiro internazionale!» e trattenne a stento le lacrime.

«I finestrini brillano, come tante dita alzate: “io io io io!”. Fa il grand’uomo, lasciamo che si prepari all’atterraggio… Che ne pensi di questa: “Come credere alla Meloni, se una zia giura che tifava Roma solo per indispettire il padre”?» E rivolsi un sorriso sghembo all’aereo. Che, guarda caso, se procedeva sicuro di sé in pieno sole, si inoltrò tra le nuvole e scivolò in secondo piano.

Serpeggiava un sinistro perturbamento. Era il momento che un altro, finora solo annunciato, si mettesse in mezzo: calava Ombra-di-sera, il cui cupo rimbombo, nelle giornate favorevoli, arrivava fino a noi. Non ce lo lasciammo certo sfuggire: «“Confindustria gela: la tecnologia produrrà un notevole efficientamento, ma al primo posto deve rimanere l’uomo”. Da quando in qua i Rettiliani si preoccupano per noi?».

«…per voi!» proruppi festoso, poi scandii bene queste parole: «Sono uno di loro!» Sollevando la schiena, ne diedi una prova: avevo le squame.

Franco disse, più schifato del solito: «Bimba-carlinga la faccio reagire così: “La cantante rivela in esclusiva di essere incinta, e per l’occasione posa senza veli…”».

«Riservato agli abbonati?»

«Naturalmente. Eppure scommetto che al solo nominarla qualcuno abbia già virato a tutta forza» fece Franco con aria civettuola. «Chi è che, in barba allo stallo, si getta in picchiata e ormai cavalca alla volta della gentil donzella?».

«…Bullo?»

«Fa lampeggiare i fari, e come inarca si inarca, nota lo sguardo: ha un muso virile irresistibile! Per me fa scopa con questo, senti: “L’atleta, noto influencer, è stato rapinato mentre lasciava una boutique del centro…”. Eppure, correggimi se sbaglio, ma sembra già in vena di rifarsi: a giudicare dalle foto sui giornali poco gli importa del furto subito, d’altronde lui è una grossa fusoliera e insomma, ha già in mente il pancione dell’artista, è elettrizzato, di orologi ne ricomprerà una dozzina o al massimo riceverà l’agente di un noto marchio svizzero proprio domani, quando fatalità verremo a sapere che tra lui e la cantante incinta c’è già qualcosa: sono stati avvistati a cena, lei gli sussurra qualcosa in un orecchio, lui ride… Ma poi no, che disdetta, guarda che delusione: prendono le distanze, e si dirigono altrove. Bingo, ci siamo illusi, il bullo è in bianco e come sempre è un nulla di fatto…»

E così, illusione dopo illusione, si congedavano le nostre storie – “come in cielo così in terra…” –, di loro non restava che un presagio, una scia, la fuga.
Bastava un clic, per aggiornare la pagina… e noi pronti, a giocare ancora.
Già ci confondeva una nuova foschia.